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3. L’ INVASIONE DEI MORI

Come un nemico insidioso e pertinace che cerca e tenta tutte le aperture per riuscire a penetrare in casa, i Saraceni o Mori (seguaci di Maometto) da più di un secolo percorrevano il Mediterraneo facendo sbarchi su vari lidi per penetrare nella fortezza europea.
Riusciti a fissarsi stabilmente in Spagna e in Sicilia, tentano molti altri punti arraffando bottino e catturando schiavi.
Pochi anni dopo i Saraceni, che si erano fortificati a Frassinetto (anno 889 circa) in Provenza presso Nizza, scendono attraverso le valli delle Alpi Marittime (probabilmente nel 904) mettendo a ferro e fuoco i centri abitati.(1)
Anche la Valle Vermenagna è costretta a provare l’urto di quelle orde d’infedeli; la popolazione in parte è trucidata ed i superstiti sono costretti, per ragioni difesa, a rifugiarsi sulle alture.
I Saraceni lasciano le valli spopolate e deserte. Chiese, monasteri, biblioteche sono distrutte: con esse scompare pure gran parte della nostra memoria storica.
La cacciata dei Saraceni è impresa lunga e difficile.
Non pochi sono i ricordi della permanenza dei Mori in questi territori. A Robilante la loro invasione è testimoniata dal “Pilone del Moro”, punto strategicamente importante da cui è possibile controllare la bassa Valle Vermenagna e la zona di Boves.
Ecco alcuni termini dialettali riferiti alla presenza saracena nel territorio di Robilante:
- “babau”: essere mostruoso e spaventoso;
- “badagu”: nome di una moneta ispano-araba di scarso valore;
- “bedu”; in arabo, bianco d’uovo, in piemontese, moccio al naso;
- “bercia”: deriva forse dallo spagnolo “berceo”, trasformazione dall’arabo “al bardhin”, nome di un’erba molto tenace che ama i luoghi aridi;
- “cusa”: zuzza, anche in arabo “kusa”;
- “patachin”: in arabo superbo, arrogante; in dialetto termine spregiativo riferito agli abitanti di città;
- “paraluce”: dal verbo arabo “badala” che significa essere vano e vuoto;
- “ramasin”: tipo di susina introdotta dagli arabi;
- “saccagn”: un coltello a serramanico, in arabo “sikkin”. (2)


Note:
1) La nostra tradizione ricorda la strage al Colle dell’Ardua, sopra la Certosa di Pesio, nel luogo detto “Malmasel” (mal macello) nonché la strage avvenuta tra Boves e Roccavione, ai piedi della collina che guarda Borgo San Dalmazzo, nel luogo tuttora chiamato “Ciadel” (dal latino clades che significa appunto “strage”). Dopo la rabbiosa furia delle prime incursioni, si comportano come una forza di occupazione imponendo ai cristiani sopravvissuti gravosi tributi, compreso quello per l’uso delle chiese rovinate.
2) Claudio CAMPANA, “ROBILANTE ieri ed oggi”, Edizione Martini, 1996, pag. 26 sg.