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8. IL SEICENTO: TRA INFEUDAZIONE AL CASATO NICOLI, PESTE, CONTROVERSIE CON CUNEO, VERNANTE E ROCCAVIONE

Per Robilante il ‘600 è un periodo di assestamento. Caratterizzato, all’inizio dalla restaurazione cattolica, è successivamente funestato dalla peste bubbonica. Nella seconda metà del secolo si rileva un notevole incremento demografico ed una decisa ripresa di vita civica e sociale.
Frequenti sono le controversie coi comuni di Cuneo e Vernante. Col primo rinasce la lite sulla dipendenza distrettuale ed il relativo obbligo dei gravami fiscali. Infatti Robilante, che dalla fine del XIV sec. si trova assoggettato a Casa Savoia, costituisce la “valle”, ovvero l’unione delle “Sette Terre” (1), a sua volta facente parte del mandamento di Cuneo .
Inoltre da tempo Robilante pretende di avere il diritto di pascolare il suo bestiame sul Monte Colombo, sito nel territorio di Vernante. Naturalmente Vernante non vuole riconoscere tale diritto. Ricorsi i contendenti al Duca di Savoia, i Robilantesi hanno la peggio in quanto è a loro proibito di recarsi a pascolare sul Colombo sotto la pena di 1.000 scudi d’oro. Nasce, quindi, una nuova lite tra Robilante e Vernante a causa del Monte Colombo e per altre divergenze, verrà così stipulata a Torino nel 1621 una transazione, che abroga tutte quelle precedenti (3), si pone così fine a questa lunga controversia tanto che, tra i due paesi, non sorgeranno mai più motivi di contrasto.
A ciò, tuttavia, seguono le controversie con Roccavione insorte per ragione delle decime (4).
Intanto nel 1619 Robilante è infeudato ai Nicolis (5), chiamati ora “Signori” del luogo, ora “Conti di Robilant”. Prima di tale infeudazione il territorio di Robilante apparteneva a personaggi locali . Giovanni Nicolis, Primo Presidnete e Sovrintendente Generale delle Finanze “di qua e di là delle Alpi”, Consigliere di Stato del Duca Carlo Emanuele di Savoia, sarà investito dei feudi di Vernante nel 1611, Robilante nel 1619 e Cereaglio nel 1624. Infatti, il Duca, dovendo soddisfare i debiti relativi alle precedenti guerre contro la Francia e la Spagna, non ha altra soluzione che vendere ed infeudare alcuni territori appartenenti al diretto dominio della Corona, tra cui, appunto, il feudo di Robilante. Il 1 agosto 1618 il territorio di Robilante è così venduto e concesso, come feudo “nobile e ligio”, a Giovanni Nicolis ed ai suoi eredi maschi e femmine (6).
Il Comune di Cuneo protesta perché dal suo mandamento è stata sottratta una villa che gli appartiene. Anche il Consiglio Comunale di Robilante, in data 27 gennaio 1620, fa sentire la sua viva protesta a Sua Altezza Serenissima. Protesta scaturita dal timore di veder sminuita quella certa libertà che Robilante ha goduto per più di due secoli (7). Riuscito vano goni tentativo di sottrarsi al feudatario imposto dal Duca Carlo Emanuele, il Comune di Robilante invia subito ai nicolis un memoriale (8). I Conti Nicolas continueranno a risiedere abitualmente a Torino, saltuariamente a Robilante dove divengono proprietari di numerosi caseggiati.
A sconvolgere la vita del paese, scoppia la terribile peste bubbonica mirabilmente descritta dal Manzoni che, a Robilante, giunge con violenza nel luglio 1630. Lo stesso Manzoni ne attribuisce l’origine al costante passaggio di truppe francesi, spagnole e tedesche che hanno invaso l’Italia Settentrionale. Numerose sono le ordinanze comunali che vengono adottate per far fronte a questa epidemia. Con la prima ordinanza comunale del 4 agosto, il Consiglio Comunale ordina, all’unanimità, di fare un voto. Si stabilisce così di recarsi in pellegrinaggio presso la Madonna Santissima di Vicoforte e di offrire 12 ducatoni per elemosinare affinché la Madonna stessa preghi per la Comunità. L’11 novembre, poi, crescendo sempre più la morìa, il Consiglio Comunale, onde evitare l’estendersi del contagio, ordina che nessuna persona possa passeggiare o parlare con un0altra salvo che fra le due vi sia la distanza di almeno due trabucchi e salvo che abitino nella stessa csa, sotto la pena di 10 scudi d’oro da conferirsi un terzo al fisco, uno all’accusatore ed uno alla cappella dei SS Gregorio e Rocco in Robilante. Per fortuna il freddo invernale ridurrà il numero degli appestati.
Negli anni seguenti a Robilante, come negli altri paesi, impera la miseria causata sia dalla peste, sia dal grave travaglio in cui si trova il Piemonte per la guerra tra Madama Reale e i cognati principi Tommaso e Maurizio. E’ quindi necessaria l’opera della Confratria che possiede orti, boschi e mulini (9). (10)


NOTE:
1) Insieme a Roccavione, Borgo, Andonno, Roaschia, Valdieri ed Entracque.
2) E’ notevole una transazione avvenuta nel 1601 tra Cuneo e le “Sette terre” nel quale si stabilisce che “Le Sette Terre nel carigo del focaggio e del taso, che si paga a Sua Altezza Serenissima, debba concorrere con la città per il terzo”, “ che la valle per li altri carighi militari e straordinari concorra per il quinto”, “e che nel caso di alloggiamenti dei soldati sia la città, sia la valle reciprocamente debbano sopportare li suoi senza altro reciproco concorso”, “che la città non debba concorrere in alcun carigo con la valle, ect”.
3) Si stabilisce:
- Che tra le due Comunità si debba essere, per l’avvenire, pace, unione e concordia come si conviene fra crisitani e veri amici;
- Che le due parti rinuncino a proseguire le liti vertenti tra di loro, al cospetto dell’eccellentissimo Senato;
- I particolari di Vernante si obbligano ai carichi e alle spese a favore del Comune di Robilante in proporzione ai beni da loro posseduti nell’ambito del territorio di quest’ultimo; i particolari di Robilante, da parte loro, rinunciano all’erbaggio del Monte Colombo e pagano una tantum a Vernante: 300 ducatoni e 16 fiorini.
4) Nel 1634 si redime la controversia insorta con Roccavione, il Senato Ducale dichiara che i particolari di Robilante, che possiedono beni nel territorio di Roccavione, sono tenuti a concorrere al pagmaneto delle decime in misura non superiore a quanto pagano i particolari di Roccavione per i loro beni.
5) Il nobile casato dei Nicolis sarebbe, secondo alcuni, originario di Varallo, mentre secondo altri, più verosimilmente, discendente dalla famiglia Nicelli di Piacenza. I Nicelli o Nicella discendono, a loro volta, dall’illustre Casato degli Anicji, gente romana che, trecento anni prima dell’era volgare, si stabilisce a Piacenza. Appartiene a tale famiglia San Gregorio Magno. Sono nominati Conti nel 1200. Un ramo di essi si trasferirà in Germania, un altro ramo in Piemonte nel 1400 modificando col tempo il nome di Nicelli in Nicolis.
6) Ecco le prerogative di cui gode il Signore: l’autorità sovrana, la peina giurisdizione sulla prima e seconda cognizione di tute le cause civili, criminali e miste, i diritti, i redditi, le ragioni, gli emolumenti, le pertinenze del feudo nonché l’autorità di riscattare i beni siti nel territorio di Robilante, smembrati ed alienati dalla corona.
7) Infatti, già prima sotto gli Angioini e poi sotto i Savoia, i comuni della vallata cominciano a godere di una relativa indipendenza, con propri statuti codificati, con franchigie e privilegi riconosciuti, e con la facoltà di regolare le questioni di confine con i paesi vicini per mezzo di arbitrati e trattati.
8) In esso si dichiara che “essendo stata tale infeudazione voluta da Dio e da S.A., la Comunità di Robilante non può non rallegrarsi di essere ridotta sotto la felice protezione ed ubbidienza al Re. Si precisa, altresì, che la medesima Comunità resterà perpetuamente in posizione di devotissima sudditanza nei confronti del Re e dei suoi successori nella certezza di non subire una limitazione circa le proprie franchigie, giurisdizioni, libertà ed immunità di cui ha sempre goduto pacificamente nell’ambito del mandamento di Cuneo, bensì di ottenere al più presto, dalla sua benignità, maggiori concessioni”.
9) Alcune disposizioni comunali sono prese affinché la Confratria possa essere in grado di sovvenire alle necessità dei meno abbienti. Così in un incanto del 30 settembre 1638, circa l’affitto degli immobili della Confratria, fra le altri condizioni v’è la seguente: i conduttori dei suddetti mulini sono tenuti a macinare il grano e la segale di detta Confratria senza che da essa o dai suoi priori possano pretendere alcun pagamento.I conduttori di tali mulini sono, altresì, tenuti ad inviare ai priori della Confratria segala pura, cioè senza alcuna mistura, di cui la metà alla festa di San Michele e l’altra parte alla fine di marzo, per tre anni.
10) Claudio CAMPANA, “ROBILANTE ieri ed oggi”, Edizione Martini, 1996, pag. 65 sg.