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11. IL NOVECENTO

Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale alla quale l’Italia prende parte attiva il 24 maggio dell’anno successivo. Tutti gli uomini validi dai 19 ai 49 anni sono arruolati nell’esercito. (1) Parecchi robilantesi imbracciano il fucile e non pochi sono quelli che si coprono di gloria combattendo e cadendo sul campo di battaglia. I caduti robilantesi della prima guerra mondiale sono ben 79 e quasi tutti appartenenti al primo e secondo Reggimento Alpini. (2)
Alla fine della prima guerra mondiale in Italia l’85% delle terre risulta essere nelle mani di pochi grandi proprietari. Orni anno, mezzo milione di italiani deve emigrare perché non trova lavoro. Partono per Francia e per l’America con la speranza di far fortuna, ma la fortuna non sarà che per pochi. Anche se in modo diverso, la guerra continua: non c’è pane, non c’è lavoro.
A proposito di emigrazione la prima destinazione per i robilantesi è la Francia, appena al di là delle montagne. La Francia, all’inizio del secolo, è molto più progredita dell’Italia: industria ed agricoltura sono molto avanzate e, tra la popolazione, esiste un certo benessere. Sono, quindi, ricercati artigiani, operai e contadini. (3) I primi emigranti varcano le Alpi a piedi e si dirigono nel Sud della Francia: Nizza, Marsiglia, la Provenza in genere, sono i luoghi di maggior afflusso; questi luoghi vengono, infatti, preferiti ad altri probabilmente per la vicinanza, per l’affinità di lingua e del clima non troppo rigido durante la stagione invernale.
Tuttavia, anche se molti di questi emigranti stabiliscono definitivamente la loro residenza in Francia, molti di loro continueranno, fino ai giorni nostri, soprattutto in occasione delle feste tradizionali o per godersi un breve periodo di riposo, a ritornare la paese dove sono nati. Raramente, infatti, si tratta di emigrazione senza ritorno in quanto tutti gli emigranti mantengono dei legami, più o meno costanti, con i parenti rimasti al paese. (4)
Nel 1925 Mussolini diventa dittatore, scioglie tutti i partiti, abolisce la libertà di stampa, fa licenziare dai pubblici impieghi gli antifascisti, si proclama “Duce”, cioè capo supremo del governo. Anche a Robilante ci sono, come in tutti i paesi, dei fascisti, ma occorre fare la distinzione tra i fascisti “per forza” e quelli “per vocazione”: i primi sono tutti coloro che, per esercitare una professione e gestire un negozio, sono obbligati ad iscriversi al partito fascista per poter lavorare tranquillamente; quelli iscritti, invece, al partito per vocazione. A Robilante la maggioranza dei fascisti è iscritta al partito solo per opportunità, cioè per poter lavorare. In quel tempo, la popolazione si nutre di ciò che coltiva. La tessera annonaria serve a razionare i generi alimentari di prima necessità per fare in modo che tutti abbiano lo stretto necessario per vivere: pane, riso, pasta.
In questi anni, in campo sanitario, vi è una novità assai importante; nel 1927 il Conte Edmondo Nicolis di Robilant vende il Castello della sua famiglia ad un ente assistenziale che lo adibisce a sanatorio, inaugurato ufficialmente il 9 giugno 1928. Dal 1928 ad oggi, l’Istituto Climatico di Robilante è stato ampliato ed ammodernato.
In campo industriale ricordiamo che la cosiddetta “Fabbrica” viene acquistata dai fratelli Boglione di Bra e destinata a stabilimento per l’estrazione dell’acido tannico.
Il 24 agosto 1933 a Cuneo, in occasione della visita del Capo del Governo On. Mussolini, convengono da Robilante le Autorità cittadine, Rappresentanze, Associazioni e la Banda Musicale. Mussolini la mattina del 25 agosto transita per Robilante diretto a Limone guidando egli stesso la propria autovettura. Al suo fianco si trova S.M. il Re. Due ore più tardi, il Re ed il Capo del Governo sono già di ritorno, ripassano per Robilante vivamente acclamati dalla folla che, nel frattempo, si è radunata nelle vie del concentrico.
Nel 1940 scoppia la seconda guerra mondiale che, per l’Italia, si risolverà in un completo disastro: molte sono le vittime dall’immane flagello, molti i dispersi nelle desolate steppe nevose della Russia nella tragica ritirata dell’inverno 1942-43.
Le truppe fasciste attaccano nel giugno 1941 l’Unione Sovietica; anche Mussolini manda soldati italiani ad aiutare i Tedeschi nell’aggressione. L’anno dopo (1942) i soldati italiani al fronte russo sono 220.000.
Una delle tre divisioni alpine dell’ottava armata in Russia, cioè dell’ARMIR, è la Cuneense che comprende la “meglio gioventù” (classi 1918-19-20-21-22) della nostra provincia e anche di Robilante. (6). Il 20 gennaio 1943 è, per la Cuneense, una vera tragedia: i battaglioni “Borgo San Dalmazzo” e “Saluzzo” del 2° Reggimento Alpino cadono sotto il fuoco incrociato dell’artiglieria e della fanteria sovietica, nel tentativo di aprirsi un passaggio a Novopostojalowska (7).
Nel frattempo negli anni 1943-45 esplode la guerra civile tra i partigiani, che stanno organizzando le loro bade nelle vallate cuneesi, e i fascisti che si affiancano ai Tedeschi nel voler continuare la guerra.
L’8 settembre 1943 la Valle Vermenagna assiste al dissolversi della quarta armata. In ogni luogo vagano militari in cerca di un cambio d’abito, le campagne sono invase da muli e cavalli abbandonati.
Il 12 settembre i Tedeschi del Maggiore Peiper occupano Cuneo e risalgono rapidamente verso la Valle Vermenagna. Nei giorni successivi vengono emessi gli ultimatum a firma del Capitano Muller che intimano a tutti gli stranieri di presentarsi, pena la morte, presso il comando germanico di Borgo San Dalmazzo, nella caserma degli alpini.
In Valle Vermenagna, i Tedeschi sono interessati a tenere aperta la strada e la linea ferroviaria per rapide comunicazioni con la Valle Roja, tanto più necessari quando gli Alleati sbarcheranno in Provenza. Le due Valli, strategicamente importanti per i Tedeschi, per il passaggio dal Piemonte alla Francia, sono permanentemente presidiate da forze tedesche-fasciste: posti di guardia alle opere stradali e ferroviarie, presidi e posti di blocco in ogni centro delle vallate.
Presto, da parte dei partigiani, incominciarono gli atti di sabotaggio.
Nella notte del 4 aprile del 1944, il Tenente Bertoldo (partigiano della Banda Valle Pesio) viene inviato con cinque uomini in Valle Vermenagna al fine di far saltare il ponte Nuovo sulla statale n. 20 fra Robilante e Vernante. La durissima marcia nella neve attraverso la Bisalta, con un quintale di esplosivo portato a spalle, si conclude nella tarda sera del giorno successivo. Alle 23,15 Bruno, guastatore, fa brillare le cariche e il ponte crolla per intero interrompendo il traffico automobilistico della vallata. Ciò comporta che le forze che i Tedeschi intendevano far affluire da Limone avrebbero dovuto incominciare la marcia a piedi da Vernante. Anche la ferrovia, infatti, è stata interrotta fin dal dicembre 1943 in seguito alla distruzione del viadotto Rivoira (Pont Salèt) operata da Dunchi e Aceto (comandanti partigiani della Valle Pesio).
Nei mesi di giugno-luglio 1943 i paesi della Valle Vermenagna sono pieni di truppe: reparti della “Muti” (8) che stanno riattivando i ponti distrutti. In Robilante, i nazifascisti della Brigata Ettore Muti insediano il loro comando in Via Umberto I.
Il comando tedesco stabilisce un presidio di circa una ventina di uomini nella vecchia fabbrica del tannino. I carabinieri cominciano a disertare: i primi carabinieri disertori raggiungono Palanfrè con armi e bagagli.
Contro i partigiani i Tedeschi, nei mesi successivi, preparano rastrellamenti in grande stile cercando di eliminare o disorganizzare le bande sparse nelle valli cuneesi.
Non è stato possibile avere notizie circa le bande partigiane presenti nel nostro Comune e formate in prevalenza da Robilantesi, forse anche perché il territorio è fortemente controllato dai nazifascisti. Sappiamo però che, tramite il Colletto del Moro, i partigiani di Robilante raggiungono le formazioni operanti nella Valle Colla e, in generale, nel territorio di Boves, dove sin dal settembre opera il gruppo di Ignazio Vian. Sappiamo, inoltre, che singoli gruppi trovano ospitalità nelle borgate e che la loro sopravvivenza è garantita dall’aiuto incondizionato delle famiglie e dei residenti, in prevalenza contadini.
Questa è la condizione indispensabile che ha permesso il nascere, ed in seguito il consolidarsi, della Resistenza (9).

GLI ECCIDI DI ROBILANTE DURANTE I 20 MESI DELLA RESISTENZA (10)
1) ECCIDIO DEL MALANDRE’ (28 giugno 1944)
Vengono uccisi dai Nazifascisti:
- OGGERO GIUSEPPE di DONATO (classe 1921)
- OGGERO GIUSEPPE di DONATO (classe 1922)
- DALMASSO GIUSEPPE SECONDO di GIOVANNI (classe 1924)
- OGGERO MATTEO fu BARTOLOMEO (classe 1923)
Mario Dalmasso, diciottenne, lavora in campagna con la famiglia composta da Ida, Giuseppina, Giuseppe Secondo, Paolo, il padre Giovanni e la madre Maria Giordano.
Tutte le mattine Mario, suo fratello Giuseppe Secondo ed altri quattro amici scappano attraverso i boschi per nascondersi dai fascisti, si riuniscono quasi sempre sotto il “Becco del Corno”, dietro una grande roccia. Lassù si sentono al sicuro perché situati in cima alla montagna, in un folto bosco, e sono convinti che, in caso di pericolo, la sentinella partigiana Fea di Fontanelle darà l’allarme. All’imbrunire tornano a casa. In caso di pericolo, la madre o la sorella di Mario avrebbero disteso un asciugamano bianco nel prato dietro la casa, in un punto stabilito. Quella mattina, come al solito, scappano perché sanno che la “Muti” sarebbe salita fino in cima alla Valle per ispezionare la zona, catturare o uccidere eventuali partigiani. Gli uomini si nascondono nuovamente al “Becco del Corno”, sempre con la convinzione di essere avvisati dalla sentinella. Così non avviene e, all’improvviso, sentono alle spalle un “altolà”. Non hanno il tempo di voltarsi che già i fascisti, una quindicina, iniziano a sparare con i mitra.
Il primo a cadere + Oggero Giuseppe di Donato, armato di fucile, che viene colpito al cuore morendo sul colpo. Mario, che è seduto sul suo mantello piegato quattro volte, viene colpito di striscio alla testa e porterà la cicatrice per due anni. Diciassette proiettili colpiscono il mantello. Michele rimane fortunatamente illeso. Oggero Giuseppe di Donato (classe 1921) viene colpito all’addome, indietreggia di qualche passo e cade dal dirupo morendo. Dalmasso Giuseppe Secondo (fratello di Mario) e Oggero Matteo fu Bartolomeo sono colpiti alle gambe e, in seguito, uccisi a colpi di calcio del moschetto.
Michele e Mario scappano ma, pochi metri più a valle, vengono fermati e catturati da altri fascisti: li portano al comando di Robilante passando per la mulattiera; durante il cammino fanno loro trasportare una cassetta a testa del peso di 10-15 kg, senza conoscerne il contenuto. Probabilmente si tratta di munizioni.
Da Robilante vengono condotti a Cuneo per una prova di abilità, Michele viene giudicato meno abile e riportato a casa, Mario viene portato a Torino, e in seguito, a Treviso viaggiando su un camion con rimorchio funzionante a legna (gasogeno) insieme ad altri 47 uomini legati l’uno all’altro per mezzo di catene e con i pollici serrati insieme da manette speciali. Da Treviso sono inviati a Salisburgo, in Austria, dove Mario lavorerà come boscaiolo e rientrerà un anno dopo.
I corpi dei suoi amici morti al “Becco del Corno” vengono recuperati dai familiari e condotti, di nascosto, al cimitero passando attraverso la strada Serrata; al loro passaggio un fascista grida loro “Traditori della Patria!”.

2) ECCIDIO DI TETTO CHIAPPELLO (15 dicembre 1944)
Sono uccisi dai nazifascisti:
- MAZZARELLI ARMANDO di BERNARDO
- IVALDI GABRIELE di CARLO
- PASTORE LORENZO di MICHELE
- FRUMENTO FRANCESCO di GIUSEPPE
- POGGIO SERGIO di GIUSEPPE
- BOFFA ALDO di GIOVANNI
Nel mattino del 15 dicembre 1944, un camion di nazifascisti proveniente da Borgo San Dalmazzo, con a bordo sei prigionieri partigiani, risale la Valle Vermenagna. Superato l’abitato di Robilante, prosegue lungo la statale 20 sino alla località Tetto Chiappello. La strada carrareccia rende difficoltoso l’accesso al mezzo, quindi si ferma in uno spiazzo lì vicino.
Due uomini fanno scendere i prigionieri e li conducono lungo la strada. Alla prima curva abbandonano la strada stessa percorrendo un sentiero e, fatte alcune centinaia di metri, arrivano in una radura.
I nazifascisti hanno condotto i prigionieri presso Tetto Chiappello perché gira voce che nella frazione si nascondano molti partigiani: l’esecuzione deve servire di lezione ai banditi e a chi li aiuta.
Li fanno riposare presso il ruscello e, mentre preparano l’esecuzione, si fermano improvvisamente in quanto hanno scorto una ragazza, Teresa Landra di 24 anni, che torna in paese dopo aver portato il pranzo al marito che si nasconde nel Vallone Agnelli, presso Tetto Risso.
La donna, per paura che le sparino, non tenta la fuga ma, indifferente passa davanti ai due uomini armati salutandoli. Essi, vedendo che porta in una borsa solo due bottigliette di latte, non la fermano. Guarda i prigionieri e si accorge che uno di essi domanda aiuto. Subito un nazifascista spara un colpo in aria per farlo tacere. La signora Teresa continua il suo cammino senza parlare.
Non giunge tanto lontano quando sente parecchi colpi di arma da fuoco. Poche ore dopo viene a sapere che i partigiani sono stati fucilati.

3) ECCIDIO DI TETTO CHIAPPELLO (19 dicembre 1944)
Sono uccisi dai nazifascisti:
- RUFINI MARIO di ALFREDO (Sottotenente)
- LAVINY FRANCO fu CARLO (Sottonenente)
- MARUGGI GIUSEPPE
Il 19 dicembre 1944 ritornano sul luogo dell’eccidio gli stessi nazifascisti provenienti da Borgo San Dalmazzo. Ne è testimone Giovanni Caraglio, che si è nascosto lì vicino. Dall’uniforme capisce che due dei tre prigionieri sono Sottotenenti, uno ha il braccio fasciato in quanto probabilmente rotto.
Li conducono alla radura, questa volta li fanno salire su un mucchio di fascine, sparano loro dei colpi di arma da fuoco alle gambe in modo che non fuggano. Prendono delle taniche di benzina, cospargono i feriti e le fascine appiccando poi il fuoco.
Gli abitanti del Montasso, sul lato opposto della Valle, sentono le urla disumane di quei partigiani che stanno bruciando. Solo il giorno successivo Giovanni e Minetu ritornano sul luogo dell’atroce delitto: ritrovano i cadaveri carbonizzati nonché altri cinque stesi al suolo. Si recano al ruscello privo di acqua e trovano un altro cadavere: molto probabilmente si tratta di un ferito che non ha avuto la forza di trovare un rifugio; è ricoperto di foglie, non perché nascosto, ma perché in quei giorni è soffiato un forte vento.
Alcuni giorni dopo, i cadaveri vengono portati al cimitero di Robilante, mentre le ceneri vengono sotterrate nella radura per volere di Giuseppe Sordello.
Nel tardo pomeriggio del 24 dicembre 1944, sempre a Tetto Chiappello, si verifica una sparatoria fra un gruppo di partigiani ed una pattuglia della polizia militare. Senza perdere tempo, il Tenente fascista Slavi ordina l’immediata cattura di cinque ostaggi fra la popolazione civile e comunica al commissario prefettizio che, sen entro le 21 della sera di Natale non si presentano presso il comando della polizia militare i responsabili del conflitto a fuoco, l’indomani farà mettere a ferro e fuoco la borgata di Tetto Chiappello e, nella piazza del paese, farà fucilare gli ostaggi.
In municipio, in quella drammatica giornata di Natlae, rendendosi conto che Salvi non sta scherzando, ci si darà da fare nell’effettuare indagini su quanto è accaduto. Da tali indagini scaturisce che alla sparatoria ha partecipato anche un militare della “Littorio”. Il Tenente fascista si trova, in questo modo, spiazzato e costretto a desistere alle proprie intenzioni sanguinarie.

4) ECCIDIO DELLE CIALANCE (14 marzo 1945)
Sono uccisi dai nazifascisti:
- GIORDANENGO NICOLAO (classe 1922)
- GIORDANENGO NICOLAO (classe 1926)
Giordanengo Modesto (Mudestu ‘d Letu), suo fratello Nicolao e il loro cugino Giordanengo Nicolao (Culetu ‘d Jann Culeto) vanno a ripararsi, durante la notte, dentro una capanna costruita in legno e paglia, utilizzata per riporre le foglie di castagno da spargere nella lettiera delle mucche. Quel porticato si trova, più precisamente, nei pressi di Tetto Angelo Custode, sotto la Costa di Baboa.
Su indicazione di una spia, una pattuglia di quattro nazifascisti giunge a Robilante per poi salire al suddetto luogo. Non conoscendo la località Cialance, verso le ore 7, si fanno accompagnare da Pietro Bodino che, occasionalmente, sosta sulla piazza. Quest’ultimo è costretto, suo malgrado, a guidarli per un tratto di strada e a portare uno zaino che, probabilmente, continue munizioni. SI avviano percorrendo la strada che dal concentrico s’inerpica lungo il vallone. C’è poca neve, altrimenti quella strada non sarebbe percorribile.
Quando scorgono le prime case della borgata, lo lasciano libero e gli intimano di ritornare a casa sua, al Malandrè.
Superato l’abitato delle Cialance, scoprono il nascondiglio.
I fascisti cominciano a sparare contro la cappana: Giordanengo Nicolao (Culetu ‘d Jann Culeto) tenta la fuga ma viene fucilato.
Il fratello Modesto viene ferito all’addome ma riesce a trascinarsi sino all’imbocco della strada per Tetto Centin: morirà di lì a poco. Modesto riesce a fuggire uscendo da sotto la staccionata, viene ferito ad una gamba ma riesce a ripararsi nel vallone, dietro una roccia sporgente. I fascisti non riusciranno a trovarlo. Verrà condotto all’Istituto Climatico per la cura della gamba. I nazifascisti sanno del suo ricovero e lo minacciano dicendo che, appena guarito, sarà fucilato: sopraggiungendo il 25 aprile, Giordanengo Modesto sarà salvato. La prima persona giunta sul luogo dell’eccidio è la sorella di Modesto che, per lo spavento, si ammala e morirà nel 1947.

Nel territorio comunale di Robilante, negli anni 1944-45, avvengono i seguenti rastrellamenti nazifascisti:
- Autunno 1944
Giovanni Caraglio (classe 1928) ed un suo conoscente di nome “Luis” si recano presso la frazione Vermanera per raccogliere mele. Ad un tratto scorgono un uomo, un partigiano ferito di striscio all’addome e piuttosto sanguinante. I due giovani decidono di salvarlo. Sorreggendolo, riescono a farlo camminare fino al Tetto Fiscassa dove lo fanno sdraiare su un carretto e lo portano a Tetto Chiappello. Lungo la strada incontrano un altro ostacolo: avendo lasciato il carretto alla prima curva, i Tedeschi di pattuglia lo scorgono passando e, quindi, si fermano per vedere che cosa succede. Data una rapida occhiata, ripartono.
Giovanni e “Luis” conducono l’uomo dal medico e, successivamente, scappano nei boschi circostanti in quanto tutti e due hanno paura di essere catturati. La sera, Giovanni sente sua madre che lo chiama ma, avendo paura, non torna a casa se non a notte fonda.
Una volta guarito, il partigiano decide di ritornare a casa: un tragico destino lo attende. Arrivato in paese, i Tedeschi lo riconoscono e l’arrestano. Con una fune lo legano ad una macchina e lo trascinato fino a Borgo San Dalmazzo.

Sempre nell’autunno del 1944 i partigiani sequestrano la sorella del segretario comunale in quanto ritenuta una spia nazifascista. Le Brigate Nere, per vendetta, prendono in ostaggio il Parroco Don Peirone e parecchi altri uomini del paese (forse otto persone) tenendoli rinchiusi presso l’Ufficio Politico di Cuneo dall’11 novembre al 6 dicembre.
In quel’occasione, Don Peirone offre la sua vita affinchè i Tedeschi liberino tutti quei padri di famiglia. Intanto il viceparroco Don Natale Vallauri, nell’omelia, raccomanda accoratamente che i partigiani restituiscano al più presto, viva o morta, la sorella del segretario in quanto i Tedeschi avrebbero incendiato e fatto strage in Robilante. I partigiani fanno, quindi, trovare quella donna morta dentro un sacco, in mezzo al bosco, presso la strada che conduce alla frazione Imperiale, tra Robilante e Roccavione. Gli ostaggi robilantesi vengono, così, rilasciati.
Durante la prigionia, il Capitano Capo dell’Ufficio Politico incarica Don Peirone e il Professore Don Vigolungo di Alba di dare la notizia a cinque detenuti politici della loro imminente fucilazione e di confessarli se, questi ultimi, l’avessero desiderato. La domenica del 26 novembre, sul piazzale della nuova stazione ferroviaria di Cuneo, questi cinque detenuti, due dei quali dell’Italia meridionale, vengono fucilati.

- Marzo 1945
La mattina del 25 marzo 1945 un autocarro tedesco proveniente dalla caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo percorre la statale 20. Giunto nei pressi di Tetto Massa, viene investito da raffiche di mitragliatrice, probabilmente esplode dai boschi circostanti i Tetti Ghiga e Giulia.
L’automezzo non arresta la corsa disimpegnandosi dal conflitto a fuoco.
Prosegue fino a Vernante ma, nel pomeriggio, gli stessi tedeschi ritornano a Robilante a piedi, lungo la ferrovia. Al casello del Montasso servendosi dei binocoli scorgono nei pressi di Tetto Consolino, sulla destra idrografica di Vermanera, un gruppo di tre persone: Ernesto Consolino detto Giovanni, suo fratello e Albino Giordanengo.
Essi si sono riparati in quel luogo al fine di osservare lo sviluppo degli avvenimenti a Robilante e improvvisamente vengono investiti di raffiche di mitra: sono stati scambiati per i partigiani, autori della sparatoria della mattinata.
I proiettili copiscono Giovanni all’addome, Albino e l’amico, procedendo a carponi, trovano rifugio in un capanno adibito a deposito di foglie secche.
Il ferito invoca aiuto mentre la madre di Giovanni, insieme alla madre di Albino, tentano di soccorrerlo, ma i figli la trattengono perché la sparatoria non cessa. Nel frattempo, due soldati tedeschi di pattuglia raggiungono Tetto Consolino alla ricerca dei tre uomini e scorgono, così, il ferito. Scoprendo che si tratta solo di un ragazzo, con appositi segnali, interrompono la sparatoria e ordinano di portare il ferito all’Istituto Climatico. Il ragazzo morirà durante il trasporto in ospedale.

- Aprile 1945
Il 23 aprile 1945 un Tedesco bussa alla porta della famiglia Vallauri a Tetto Bernardo, chiedendo delle uova.
Maria, la madre, sia avvia col tedesco alla stalla. Le viene subito in mente che in essa, la sera prima si è nascosto un partigiano.
Ad alta voce Maria dice al soldato tedesco che sarebbe entrata a vedere se c’erano delle uova. Il partigiano, che nel frattempo ha sentito delle voci, passa in un’altra stalla attraverso una porticina secondaria. Maria dà le uova al Tedesco il quale se ne va.
Strada facendo il Tedesco incontra due uomini. Avendo bisogno di altre uova, domanda loro dove possa trovarne. I due uomini indicano una casa poco distante dicendo che lì le avrebbe trovate. Il Tedesco si china per capire dove si trovi la casa, essendo coperta da un pianta. Uno dei due uomini, prontamente, aggredisce il soldato derivandone una rissa durante la quale parte un colpo dall’arma del Tedesco.
Temendo l’arrivo di altri Tedeschi, le famiglie abitanti in quel gruppo di case prendono con loro il necessario e scappano. Nella fuga, Maria, con in braccio Franco di appena due anni, Stefanina ed alcuni vicini si staccano dal gruppo e si nascondono ai piedi di una parete rocciosa.
Nel frattempo arrivano i Tedeschi che si posizionano sullo strapiombo, nel tentativo di avvistare qualcuno dei fuggiaschi. Maria riesce a far tacere Franco il quale, data la tenera età, è inconsapevole del pericolo.
I Tedeschi, non vedendo nessuno, sparano due colpi in aria e se ne vanno. Maria e gli altri, scampato il pericolo, si riuniscono al resto del gruppo.

Ed infine, finalmente, negli ultimi giorni del mese di aprile 1945 avvenne la liberazione delle valli cuneesi, in particolare tra il 24 e 29 aprile si ha la liberazione di Cuneo e delle valli cuneesi. Finalmente la gente ricomincia a respirare, ma tanti sono i morti, le rovine e le distruzioni.
Ma nel cuneese, come nel resto dell’Italia tutti si rimboccano le maniche: con attività febbrile, con tenacia e passione ricostruiscono quanto è stato distrutto e spazzato via dal vortice della guerra. E’ uno spettacolo commovente di laboriosità, di concordia, di supremo sacrificio. Anche Robilante è impegnata in questa nobile gara e, lentamente, va rimaneggiando le sue ferite.
A poco a poco la vita riprende e, sulle rovine della guerra, si ricostruisce un nuovo vigore e travolgente senso di modernità.
Negli anni ’40, Robilante conserva tutte le caratteristiche di centro rurale: il municipio, la parrocchia, alcuni negozi di alimentari e tante osterie (21 per la precisione). Gli abitanti sono circa 2.500, ma solo un migliaio risiede nel concentrico, essendo il restante distribuito nelle frazioni sparse nella zona montuosa.
Gli anni ’50 e ’60 sono quelli dell’industrializzazione e si pongono alla base dello sviluppo attuale (11), a Robilante l’agricoltura in crisi lascia sempre maggior spazio all’industria che, nel giro di pochi anni, prende decisamente il sopravvento attirando verso di sé le forze lavorative anche dalle frazioni e dal altri comuni della zona. L’immagine di Robilante si lega ben presto a quella della Siro, fondata nel 1947, e della Presacementi, la cui prima pietra viene posta sul finire del 1962.
La vocazione del paese diviene, così, preminentemente industriale, aiutata dalla presenza in loco di condizioni particolarmente favorevoli: anzitutto, la disponibilità di materia prima estratta da cave presenti in zona e, in secondo luogo, la mano d’opera locale a basso costo, costituita soprattutto da giovani contadini che hanno deciso di abbandonare il lavoro dei campi, non più remunerativo, per quello della fabbrica.
Alcune delle frazioni rimangono deserte, in altre non restano che gli anziani da soli; le terre via via abbandonate rimangono incolte, i Tetti più lontani crollano invasi da rovi ed ortiche.
Lo spopolamento della montagna segna, quindi, la fine di un’economia di auto sussistenza e di una cultura agricola-pastorale. (12)


NOTE:
1) In quattro anni moriranno ben 600.000 soldati;
2) Viene qui trascritta integralmente una lettera scritta dai nostri soldati alpini, sul campo di guerra, a Don Giorgio Cismondi, il 31 agosto 1915: “Illustrissimo sig. Pievano,
da queste montagne tutte popolate di pini ed abeti, mentre i nostri vigili occhi attendono a scorgere il nemico che è di fronte, i nostri cuori sono rivolti ai nostri cari congiunti, rivolti a Lei che ci istruì nella Santa Religione con tanta dolcezza ed amore. Lo ricordiamo sempre, anche in mezzo ai pericoli che, lì per lì si va incontro, un pensiero ai nostri cari, ai nostri Superiori sia religiosi come civili sempre esiste in fondo ai nostri cuori d’alpino.
Noi robilantesi in fondo firmati dalla …. Compagnia del battaglione Mondovì, tutti uniti come un animo solo, lo preghiamo che voglia farci due favori: 1) se volesse celebrare una Messa cantata un giorno che sia comodo per Lei ed anche possibile per i nostri cari ad assisterla, per implorare la protezione di Dio su noi e sui nostri cari genitori; 2) se volesse pubblicare sul ventuno Bollettino Parrocchiale i saluti che noi inviamo ai nostri cari congiunti ed a tutti i nostri comparrochiani, ossia a tutti i robilantesi, con insieme i nostri nomi.
Sarebbe poi cosa gradita a noi tutti se volesse mandarci due Bollettini al mese, uno alla …. Compagnia, al soldato Chirio Nicolao, e l’altro alla …. Compagnia, al soldato Sordello Bartolomeo. A tale scopo Le inviamo per mezzo cartolina-vaglia la somma per la Santa Messa ed il resto per il Bollettino.
Sperando che voglia favorire la nostra domanda e scusarci se Le cagioniamo disturbo, inviamo i più sentiti e rispettosi saluti a Lei e a’ suoi famigliari, che sempre ricordiamo con tanto affetto.
Con distinta stima, suoi devotissimi
Caporale Caraglio Carlo – Tetto Chiappello
Caporale Romana Giuseppe – tetto Violetta
Caporale Dalmasso Giorgio – Snive
Trombettiere Chirio Nicolao
Soldato Giordano Donato – Tetto Lesibel
Soldato Romana Nicolao – tetto Violetta
Soldato Giordanengo Donato – tetto Firens
Soldato Sordello Bartolomeo di Bartolomeo – Mori
Soldato Giordano Giuseppe di Giuseppe – Pian Sottano
Soldato Consolino Battista di Antonio
Sperando presto trionfo e vittoria, abbia dai suddetti un rispettoso saluto”.
3) Ogni autunno, dopo il raccolto delle castagne, le valli sono percorse da lunghe file di emigranti verso il confine. Da alcune vallate emigrano le famiglie al completo, portandosi dietro quasi tutta la famiglia. Anche se le paghe non sono alte, anche se non si hanno libretti di lavoro e assistenza, tanti contadini scelgono la via della Francia, a volte solo per qualche mese, spesso per rimanervi tutta la vita.
4) Queste emigrazioni saranno, poi, interrotte dalla seconda guerra mondiale, quando tutti i giovani saranno chiamati al fronte. La cartolina di chiamata alle armi arriva anche a quelli che sono emigrati in Francia o in America. Il governo, per farli ritornare per la guerra, paga loro il viaggio di ritorno in patria. Molti si lasciano convincere arrivando così in paese, giusto in tempo per ripartire e andare a morire al fronte.
5) Le famiglie che hanno più di sette bambini, come premio, sono esonerate dalle tasse, mentre i celibi devono pagare una tassa in più.
Tutti i paesi europei non vogliono più esportare nessuna materia prima in Italia. I fascisti, così, chiedono alla gente tutto il ferro e il rame che ha in casa: si devono consegnare gli anelli e le catene d’oro. Le donne sposate che donano la fede d’oro alla patria, in cambio ricevono un anello di acciaio. Le pentole di rame vengono bucate con una punta di ferro affinché non siano più utilizzabili. Si portano, quindi, in fonderia per farne munizioni. Anche i ragazzi devono portare a scuola rame e ferro (chi non lo fa è rimproverato severamente dalla maestra);
6) Nel 1942-43, l’armata sovietica è quasi ininterrottamente all’offensiva: dopo quella dell’estate e dell’autunno del 1942, segue la grande offensiva invernale del 1943 sul fiume Don;
7)La ritirata dei pochi superstiti è una vera e propria caccia all’uomo. Le colonne, che disperatamente stanno ripiegando verso ovest, sono ogni giorno braccate dai caccia e dai carri armati sovietici. I reparti organici dei nostri soldati sono, ora, ridotti a pochi gruppi sparuti di uomini, dietro a cui si trascina una massa di disperati, tra i quali i feriti e i congelati aumentano paurosamente di ora in ora. La temperatura raggiunge i 40°C sotto zero. Si tagliano coperte a strisce per fasciare i piedi che si gonfiano negli scarponcelli bruciati dal gelo. Le slitte sono cariche di feriti e di congelati e, quando i muli che le strascinano crollano, s finiti, vengono abbandonate ai margini della pista. Più di 200 tradotte, nell’estate del 1942, avevano portato in Russia il Corpo d’Armata degli Alpini; 17 brevi tradotte, nella primavera del 1943, riportano in Italia i feriti ed i congelati, gli unici superstiti di un autentico massacro;
8) Costoro sono fascisti fanatici, fedelissimi di Mussolini e del regime, che si sono arruolati volontariamente in questa milizia al servizio della Repubblica di Salò per essere impiegati in azioni di guerriglia anti-partigiana e di persecuzione degli esponenti antifascisti. Fra la gente, si diffonde la voce secondo cui nella Muti sono stati anche accettati delinquenti comuni che hanno ottenuto il condono delle loro pene detentive in cambio dell’arruolamento nella milizia;
9) Essa nasce come ribellione alle brutalità (Boves, infatti, viene incendiata il 19 settembre 1943) fornisce una ragione di speranza agli sbandati dell’8 settembre, amalgama insieme agli uomini e le donne che hanno vivo il senso della giustizia, della dignità e, nello steso tempo, la voglia di vivere e costruire il futuro;
10) La descrizione è stata effettuata sulla base di alcune testimonianze raccolte dagli alunni della scuola media di Robilante nei primi anni ’90, riguardante un progetto sugli eccidi nazifascisti avvenuti nell’ambito del territorio comunale;
11) La nostra provincia cambia aspetto: sorgono grandi industrie in pianura quali al Michelin a Cuneo e la Ferreo ad Laba, accanto ad altre piccole sparse qua e là;
12) Claudio CAMPANA, “ROBILANTE ieri ed oggi”, Edizione Martini, 1996, pag. 163 sg.